
Condannato per le sim svizzere e per delle telefonate. A Napoli sono state depositate le motivazioni che hanno portato alla condanna di Luciano Moggi nel primo grado del processo penale legato a Calciopoli: 558 pagine che si prestano ad una duplice lettura. Da un lato vi è la netta condanna del comportamento di Moggi e degli altri indagati, colpevoli, secondo il giudice, Teresa Casoria «del reato di pericolo di frode», dall'altro si specifica che il dibattimento «non ha dato la prova del procurato effetto del risultato finale del campionato 2004/2005», aspetto quest'ultimo tutt'altro che secondario e che dà anzi forza e vigore alle richieste della Juventus che chiede la revisione del processo sportivo e delle sue risultanze. Come se non bastasse la togata di Napoli nelle sue motivazioni boccia duramente l'impianto accusatorio e soprattutto le gestione delle oltre 171mila telefonate intercettate che anche secondo il procuratore generale sportivo Stefano Palazzi dimostrano un comportamento tutt'altro che limpido da parte di altre società, Inter in testa.
LA CONDANNA DI MOGGI
Secondo le motivazioni dal processo emerge «l'esistenza di un quadro sociale (nel mondo del calcio italiano) delle condotte indicativo di una generalizzata tendenza a conquistare il rapporto amichevole, in funzione del suggerimento, con designatori e arbitri, che però non è di per se idoneo, ad avviso del collegio, a precludere il giudizio sui reati». Telefonarsi, cenare insieme e tutti i contatti emersi nel dibattimento, insomma, costituiscono per la Casoria la prova del tentativo di frode senza riuscire però a dimostrare che la frode si sia poi concretamente perpetrata. Questo nonostante la difesa abbia provato che certi rapporti con il mondo arbitrale non fosse esclusiva solo di Moggi.
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