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Maxi operazione contro la cosca Barbaro-Papalia, che controllava gli appaltiLa 'ndrangheta al nord. Imprenditori corrotti dai boss: 17 arresti
MILANO 04/11/2009 - Imprenditori convinti, con le buone o con le cattive, a piegarsi davanti al dominio dei boss calabresi. I quali, condizionando gli appalti, si aggiudicavano i lavori per il movimento terra. A far confluire i soldi nella gran cassa della ’Ndrangheta meneghina, poi, ci pensavano pure lo smaltimento rifiuti illegale e il traffico di droga. C’è tutto questo dietro la maxi- operazione condotta dalla Direzione Investigativa Antimafia, dalla Guardia di Finanza e dai Carabinieri della Compagnia di Corsico che ha portato a 17 ordinanze di custodia cautelare e a 48 indagati infierendo un nuovo duro colpo alla cosca Barbaro- Papalia di Platì (Reggio Calabria) da 30 anni radicata nell’hinterland sud di Milano. L’accusa per gli arrestati è quella, pesantissima, di associazione per delinquere di stampo mafioso. L’operazione, ribattezzata “Parco sud”, che ha portato al sequestro di beni per cinque milioni di euro, è il risultato di un’indagine durata due anni che ha portato alla luce un sistema fatto di corruzioni, intimidazioni e metodi mafiosi. Tanto per fare un esempio: i boss erano arrivati persino a “comprarsi” un perito e un cancelliere del Tribunale. Il primo corrotto con 32mila euro, il secondo “convinto” con la ristrutturazione gratuita della propria casa. ARRESTI ECCELLENTI Fra i 17 arresti eccellenti emessi dal gip Giuseppe Gennari ci sono i nomi “storici” delle cosche legate alla ’Ndrangheta del Nord: Domenico, Rosario e Salvatore Barbaro (che erano già in carcere da un anno) e loro cugino Francesco. Ma l’inchiesta ha anche coinvolto numerosi “colletti bianchi”: imprenditori, amministratori e funzionari comunali, oltre al perito di un tribunale di Milano, che si sarebbe fatto corrompere per redigere una falsa relazione di stima al ribasso nell’ambito di una procedura esecutiva su alcuni terreni di Buccinasco, a dimostrazione di una cosca capace di «infiltrazione capillare» nel tessuto economico e produttivo del milanese, e nelle istituzioni. Con gli ordini che arrivavano direttamente dal carcere da parte del boss Domenico Barbaro. Nel corso degli ultimi due anni gli investigatori hanno accertato traffici di stupefacenti e di armi, e numerosi episodi estorsivi e intimidatori ai danni di imprenditori che non accettavano di piegarsi alle richieste del clan che puntava a inserire «padroncini calabresi» (così vengono definiti nelle intercettazioni) ad esso collegati. I CANTIERI Gli investigatori hanno documentato la partecipazione di ditte legate alle cosche in alcuni cantieri per il raddoppio della linea ferroviaria MilanoMortara e della Tav. I Barbaro si avvalevano, inoltre, della collaborazione di professionisti e imprenditori per garantirsi l’accesso al mercato immobiliare e finanziario ottenendo attraverso prestanome mutui e finanziamenti. L’8 giugno 2008 in un appartamento di Assago nella disponibilità dei Barbaro, era stato catturato il latitante Paolo Sergi (condannato a 10 anni) che veniva aiutato da un commercialista originario del reggino, che risulta tra gli arrestati. Un mese prima in un box, sempre ad Assago, gli investigatori sequestravano due kalashnikov, un fucile a pallettoni con il manico tagliato, una pistola mitragliatrice, cinque pistole con silenziatore e una bomba a mano, a dimostrazione della forza militare a scopo intimidatorio di cui poteva disporre l’organizzazione. «Per la prima volta - ha commentato il procuratore capo di Milano Manlio Minale - alcuni imprenditori lombardi si sono sottomessi all’a ssoc iazione mafiosa, l’hanno fiancheggiata, approfittando per propri fini». I Barbaro, ha aggiunto Minale, «hanno diffuso il veleno e le esche che sono state colte da diversi imprenditori, che hanno aderito e si sono prestati». Arianna Giunti |