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		<title>CronacaQui</title>
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		<description>CronacaQui - Editoriali - Torino</description>
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		<copyright>2012 CronacaQui</copyright>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2012 16:33:06 +0100</pubDate>
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					<title>La spia del malessere di una intera comunità (di Alessandro Meluzzi)</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/25182_la-spia-del-malessere-di-una-intera-comunita-di-alessandro-meluzzi.html</link>
					<description>Che un imprenditore, un piccolo artigiano giunga a tentare di suicidarsi è un pessimo sin­tomo non solo per quello che riguarda ovviamente la sua vita e quella della sua fa­miglia ma l'insieme della so­cietà e della comunità. In­traprendere vuol dire infatti amare il proprio lavoro e farlo diventare qualcosa che va perfino al di là dei suoi risultati economici e di reddito. È un concetto che ogni buon artigiano ha sperimentato molte volte nella sua vita.<br />Si tratta quindi di capire perchè proprio coloro che, ora amati ora vituperati come piccoli imprenditori, partite Iva o in generale costruttori di reddito, sono le prime vittime di questa epidemia sociale in cui l'ultima cartella di Equitalia fa da detonatore della siringa letale o della scarica mortale, credo dipenda da un certa attitudine di queste persone all'as­sunzione del rischio e della responsabilità personale. Abituati ad assumersi compiti doveri e pericoli, quando si trovano di fronte all'impossibilità di ba­stare a se stessi anzichè consolarsi col vittimismo o chiedere umilmente aiuto preferiscono staccare la spina della vita. Sentendosi oltretutto al centro di un'esecrazione sociale che negli ultimi tempi li ha descritti come evasori colpevoli di tutti i mali del mondo. È un'epidemia che credo purtroppo sia solo agli inizi considerata anche l'alluvione di cartelle verdi di Equitalia che per chi è psicologicamente impreparato suonano come sentenze, per i più deboli purtroppo di morte.<br />Si tratta naturalmente spesso di soggetti resi fragili anche da altre debolezze come l'età, la salute i debiti o l'uscita da qualsiasi capacità e competitività eco­nomica. Fa presto il nostro Presidente del Consiglio, il prof. Monti, a proclamare come a una lezione della Bocconi che la colpa non è sua ma di chi ha provocato la crisi, certamente il medico non è responsabile della malattia che cura ma sicuramente lo è degli effetti collaterali dei farmaci che somministra soprattutto se, come in questo caso, si tratta di medicine che possono provocare la morte del paziente. A meno che non accettiamo come in quell'aneddoto che suona come una barzelletta che l'intervento chirurgico era andato benissimo ma purtroppo il paziente è morto.</description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Wed, 09 May 2012 09:21:42 +0100</pubDate>
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					<title>Comunicato ai lettori: CronacaQui a 50 centesimi</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/25139_comunicato-ai-lettori-cronacaqui-a-50-centesimi.html</link>
					<description>Cari Lettori, questa non è una buona notizia. Dobbiamo aumentare il prezzo di questo nostro quotidiano da 30 a 50 cen­tesimi. Dobbiamo farlo (e non avremmo mai voluto) per cause indipendenti dalla no­stra volontà. Cronacaqui è nato come una sfida un poco ardita per far suonare una nuova campana sotto la Mole e sotto il Duomo. Per dar voce ai cittadini che vivono, la­vorano, si sacrificano, pro­vano gioie e soffrono nella nostra comunità locale. Cro­nacaQui è un'iniziativa di in­formazione e cultura per il nostro territorio. Non ci sono fabbriche dietro, non ci sono holding o affaristi con inte­ressi di altra natura. Crona­caQui è una voce libera. Dun­que è sola. E noi abbiamo lottato e tenuto duro in questi anni per non mancare ai nostri impegni. Ma adesso non ce la facciamo piú. I costi della carta, dell'energia e dei trasporti ci soffocano e la pubblicità, specie quella dei piccoli inserzionisti, è calata pesan­temente per la crisi. Dobbiamo chiedervi, cari lettori, di starci vicino. Per essere an­cora la vostra voce. La voce senza peli sulla lingua del nostro QUI, della nostra città, dei legittimi interessi di chi lavora, di chi è in pensione, di donne e uomini giovani an­ziani che guardano ai fatti e non alle chiacchiere di chi valuta interessi che non sono i vostri. Che non sono i nostri. Ma sono quelli di chi guarda alle società controllanti, alle finanziarie, alle holding. Non al Cit­tadino.<br /><br />L'Editore <br /><br /><br />Gentile Lettore, da oggi il nostro quotidiano costa 50 cen­tesimi. Una decisione sofferta, rinviata più volte nonostante il martellamento dei costi, ma purtroppo ormai inevitabile. Chi ci segue dal primo numero, e siete davvero tanti, sa che CronacaQui ha scelto da subito di stare dalla parte della gente, di in­terpretarne i sentimenti e gli umori con una puntuale cronaca dei fatti ma anche at­traverso una particolarità unica nel pa­norama editoriale: il prezzo. Una manciata di centesimi per farvi trovare il quotidiano sotto casa, nelle edicole che sono, e restano , l'unico luogo deputato alla vendita dei giornali. A Milano mancava una voce al­ternativa e l'abbiamo costruita insieme a voi, giorno dopo giorno, scegliendo di in­terpretare fino in fondo il ruolo del giornale popolare Oggi CronacaQui, come tante, troppe pic­cole imprese, è stritolato dall'aumento ge­neralizzato dei prezzi e penalizzato dai tagli del Governo. Una litania amara che si ripete, tristemente anche nell'editoria dei piccoli quotidiani, già in crisi da molto tempo. Gli attuali 30 centesimi non bastano più per offrirvi un prodotto all'altezza del ruolo che deve interpretare un quotidiano. Non è un mistero per nessuno che il costo della nostra materia prima, la carta, è salito. Come sono saliti l'energia elettrica indi­spensabile per far girare le rotative, il costo del lavoro, della telefonia e le spese ge­nerali. Senza parlare dei trasporti. Davvero, caro Lettore, non ce la facciamo più. Fin qui avevamo resistito con il conforto dell'Edi ­tore, ma adesso siamo costretti a cedere esponendo con franchezza la situazione.<br />CronacaQui, dunque da oggi costerà 50 centesimi per stare sul mercato a schiena diritta con un'unica costante missione, quella di offrire ogni giorno il consueto, puntuale servizio al lettori. E' il prezzo della libertà. L'aspetto in edicola, conto su di Lei.<br /><br />Beppe Fossati Direttore Responsabile</description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Tue, 08 May 2012 09:28:10 +0100</pubDate>
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				</item>
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					<title>Gli scioperi che dividono</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/21931_gli-scioperi-che-dividono.html</link>
					<description>Chilometri a passo d'uomo, incolon­nati a migliaia, in una mattina di tregenda per il traffico torinese. E immaginatevi il costo di questa protesta: le mi­gliaia di ore di lavoro perse da tutti quelli ri­masti intrappolati nell'imbuto di lamiera e gomma della tangenziale; il carburante consumato da tutti quei veicoli bloccati ma con il motore ostinatamente acceso, come se le corsie di asfalto potessero vuotarsi da un momento all'altro.<br />Ci sono proteste che ottengono il giusto risalto mediatico non tanto per la bontà delle ragioni, quanto per il disagio causato ai singoli cittadini. E gli strateghi degli scioperi lo sanno bene.<br /><br />Siamo tutti lavoratori e quando una ca­tegoria difende i propri diritti dovrebbe essere spontaneo solidarizzare, sopportare anche qualche piccolo disagio in nome<span class="abody"> della difesa del posto di lavoro. Ma certe proteste, certi conflitti cancellano per pri­ma cosa proprio questo scambio. Chi è bloccato nel traffico, sapendo che perderà l'appuntamento decisivo per un affare da concludere, o si troverà una decurtazione della paga o una qualche ammenda per il ritardo, come può essere solidale con l'al ­tro lavoratore, o padroncino, che blocca tutto? La stagione dello scontento in cui stiamo precipitando - che almeno per quanto riguarda i Tir arriva dopo tre anni in cui i blocchi parevano soltanto un lontano ricordo - porta con sé proprio questo rischio: quello di diverse categorie</span><span class="abody"> tutte in guerre con i Palazzi e forse anche tra loro. In mezzo, i cittadini che pagano lo scotto, pagano il conto, come al solito.<br />È questo lo sforzo, allora, che si chiede a chi sta nei Palazzi: non limitarsi ai com­menti, alle promesse di tavoli di con­certazione, agli allarmi su possibili rischi per l'ordine pubblico (come quello del ministro Cancellieri, ovviamente da non sottovalutare), ma incontrare direttamente le categorie in agitazione, anche andando direttamente sul territorio, anche correndo il rischio di prendersi un pomodoro in faccia. Quanto meno dimostrare di esserci e non di essere un esecutivo astratto troppo lontano dai problemi dei cittadini: quelli che manifestano e quelli che, loro mal­grado, ne pagano le conseguenze.<br /></span><span class="abody"><br /><span style="color: #0066cc;">andrea.monticone@cronacaqui.it</span></span><!--tag may have been open--></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 09:46:53 +0100</pubDate>
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				</item>
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					<title>Campi nomadi zone franche</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/20142_campi-nomadi-zone-franche.html</link>
					<description>L'emergenza zingari non è una vera emergenza. E ciò potrebbe anche non stupirci, in questo Paese dove il termine "emergenza" viene usato solo per affrontare efficacemente, all'ultimo momento utile, situazioni e problemi noti da tempo. Adesso però a dirlo è una sentenza del Consiglio di Stato che ha di fatto annullato il piano straordinario messo a punto dall'allora ministro Maroni. Addio quindi alla figura dei prefetti intesi come commissari straordinari all'emergenza rom e addio a molti piani di intervento, messi in atto proprio sulla base di quella situazione «sull'onda di nulla se non di un uso strumentale dei rom come capro espiatorio e di una rincorsa elettorale dell'onda razzista» commenta la Consulta rom di Milano.<br />
<p><br />Dunque adesso cosa cambierà? A dire il vero, le idee paiono confuse. A Torino i piani di sgombero non sono mai stati avviati e i controlli si susseguono ugualmente negli insediamenti abusivi, per i quali ben difficilmente si può parlare di residenza effettiva o anagrafica. Quindi, avendo arrestato dei personaggi per una serie di furti - peraltro assieme a un'altra decina di persone -, che cosa ci si potrebbe aspettare disponendo per loro i domiciliari in un campo abusivo? Che spariscano come uccelli di bosco? Esattamente quel che è capitato a Torino. Con una certa prevedibilità, per l'appunto.</p>
<p><br />La vera emergenza, forse, è che nella sorta di "non luogo" che è una bidonville-campo nomadi (per alcuni vera e propria zona franca) molti degli strumenti legislativi o amministrativi segnano il passo, si mostrano inefficaci. Eppure, al di là dell'ordine pubblico o della sicurezza, basterebbe l'aspetto sanitario (questo sì da autentica emergenza) per comprendere come affrontare il problema (anche tramite tavoli di concertazione) sia più che una necessità. D'altra parte ripristinare la legalità è a beneficio della comunità, anche di coloro che ritengono di non farne parte, salvo poi approfittare di alcuni benefici o defaillance della comunità stessa.</p>
<p><br />andrea.monticone@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 10:09:38 +0100</pubDate>
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					<title>Servono voci forti</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/19537_servono-voci-forti.html</link>
					<description><p>Nella nostra so­cietà, che si sia laici, credenti, agnostici o semplice­mente distratti, i mes­saggi che vengono dal mondo religioso sono comunque estremamente seguiti. Nelle nostre cit­tà, i richiami e i moniti degli arcivescovi raramente cadono nel vuoto o passano sotto silenzio, così come la gerarchia ec­clesiastica è sempre tenuta in gran conto nel dialogo tra le varie parti e sociali delle nostre città.<br />Perché anche i messaggi del mondo cat­tolico, in qualche modo, non possono non influenzare pure le persone di altre con­fessioni, o appunto i non praticanti, so­prattutto quando certi messaggi parlano del presente, del tessuto sociale di una città. Ieri monsignor Nosiglia ha parlato dei santi di Torino, non già dei santi sociali di cui la tradizione subalpina è ricca, ma dei santi di ogni giorno. Perché la santità può essere di chiunque: nell'onestà della quotidianità, nell'esercizio del volontaria­to, nell'assistenza agli infermi o ai sof­ferenti, nel resistere alle miserie che ci flagellano e via discorrendo. E in questo Torino può certo vantare una ricchezza e una vitalità senza pari.<br />Ma la dirompenza di un discorso spesso deve prescindere dal ruolo, o dalla carica, di colui che l'ha pronunciato. Ne sanno qualcosa tutti coloro che cercano una gui­da, sia essa nelle religioni o nella politica o nell'impegno civile e sociale, tutti quanti ricercano un sogno, in risposta a quanti quel sogno gliel'hanno cancellato, gliel'hanno portato via.<br />Riflettere sulla risonanza delle parole di un arcivescovo, al di là del suo ruolo, può servire per comprendere come questa no­stra società abbia bisogno come l'aria di voci forti, che si sappiano levare al di sopra della calca e della caciara, voci credibili, che annullino gli effetti ammalianti dei cattivi maestri dello scontro e del disastro, che ridonino un minimo di speranza an­che in chi, nella bufera della quotidianità, non ha più il coraggio di ascoltare.<br /><br />andrea.monticone@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 10:05:15 +0100</pubDate>
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					<title>Torino: spara fuori dalla discoteca, arrestato romeno</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/19494_torino-spara-fuori-dalla-discoteca-arrestato-romeno.html</link>
					<description>I carabinieri della compagnia San Carlo hanno arrestato un romeno che, armato di una pistola caricata a salve, ha seminato il terrore in una discoteca di corso Svizzera. L'allarme è scattato nella notte di venerdì, quando l'uomo, A.L., 25 anni, è entrato nel locale con la sua fidanzata e si è diretto verso un tavolino occupato da un'altra coppia di connazionali. «Adesso qui mi siedo io», ha detto, e per risultare più convincente ha puntato l'arma, sprovvista di tappino rosso e molto simile a quella in dotazione ai militari, verso gli sfortunati avventori. Questi, terrorizzati, sono usciti dal locale. E lui, dopo l'intervento dei buttafuori, li ha seguiti. Quando ha visto l'uomo che aveva appena "invitato" a lasciare il tavolino al telefono, ha creduto che stesse chiamando il 112 e l'ha minacciato di morte. Poi ha estratto nuovamente la pistola, e ha esploso due colpi. I militari, chiamati da alcuni testimoni, sono arrivati in pochi minuti e hanno arrestato A.L. per violenza privata aggravata.<br /></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 11:25:39 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Scelte o fuga dalla realtà?</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/19493_scelte-o-fuga-dalla-realta.html</link>
					<description>Sarebbe fin troppo facile liquidare con una alzata di spalle il monito dell'arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia e sarebbe semplicistico prendere le sue parole come un banale attacco a una festa "pagana". Nell'affondo contro Halloween c'è molto di più e vale la pena soffermarsi a fare qualche riflessione.<br /><br />Prima di tutto, monsignor Nosiglia contesta la festa importata dagli Stati Uniti e vi contrappone un altro tipo di festa, sempre a base di canti e balli, ma con meno senso del macabro. Quindi, qui assistiamo alla prima vera novità: si dice che qualcosa non va bene, ma si offrono anche alternative pratiche. Pare poco, ma è quasi una rivoluzione.<br /><br />Secondo, quanto affermato dall'arcivescovo può farci riflettere sul significato di ogni festa: anche il Natale, da sempre, vive e soffre dell'opposizione tra spiritualità e senso religioso e il lato meramente consumistico. Anche altre date del nostro calendario offrono l'occasione di far festa senza che il messaggio originario sia più visibile. E allora fermiamoci a riflettere: far festa è un modo di celebrare e ritrovare la speranza nel domani, o solo una maniera di cancellare il presente che non ci piace? La festa è una maniera di esorcizzare la paura del futuro o di annullare il terrore presente? C'è un momento per ogni cosa: c'è quello della preghiera e della riflessione e c'è quello della festa. A patto che l'uno non cancelli l'altro. E a patto, soprattutto, che ognuno - indipendentemente da quello che sceglie - sia consapevole di quello che ha scelto. Perché ognuno di noi ha disposizione una pluralità di opzioni, ma nessuna deve diventare un alibi o una fuga dalla realtà.<br /><br /><a href="mailto:andrea.monticone@cronacaqui.it">andrea.monticone@cronacaqui.it</a></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 11:24:35 +0100</pubDate>
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				<item>
					<title>E se facessimo il tiro alla fune?</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/19318_e-se-facessimo-il-tiro-alla-fune.html</link>
					<description>C'è voluta una commedia all'italiana per evitare che la Val Susa finisse devastata da una battaglia che avrebbe potuto avere conseguenze gravi. Una rete da tagliare, invocavano i No Tav, brandendo le cesoie, anche quelle di cartone inalberate come giganteschi manifesti. Ossia un atto simbolico contro lo Stato, contro la polizia, contro tutti quelli che vogliono il treno veloce. E allora, pur di non farli arrivare al cantiere, ecco che nei boschi blindati come se in guerra si fosse davvero, è spuntata una rete nuova quanto inutile. La rete da tagliare perché Perino, l'ex bancario in pensione che è diventato il Robin Hood di Giaglione e Chiomonte, paesi simbolo della protesta, i leader del centro sociale Askatasuna, anima e nerbo del popolo antagonista, e i partigiani di questa nuova guerra di liberazione potessero ritirarsi senza sentirsi sbeffeggiati. Una commedia appunto. Una commedia fatta recitare soprattutto alle donne del movimento, comprese quelle già avanti negli anni, con una logica che in qualche maniera fa venire in brividi: chi se la sentirebbe di caricare a fondo le partigiane in gonnella che magari portano per mano i nipoti? Sia come sia, è finita bene questa domenica che qualcuno immaginava diversa assai, tra lacrimogeni, bombe carta, sassi, cariche e manette. Ma non è finito l'incubo delle domeniche nei boschi, delle marce con un bastone nella mano destra e un panino di salame crudo nell'altra. Il general Perino, prima di ritirarsi dando le spalle al nemico, ha detto chiaro che «i No Tav ritorneranno». E ha garantito che ritorneranno ogni domenica, «fino a quando lo Stato continuerà a spendere soldi in modo stupido». <br /><br />Peggio, «fino a quando lo Stato non capirà che è meglio smettere». Come dire che ci aspetta un inverno improponibile, con l'autostrada che porta al traforo del Frejus chiusa per ore, con posti di blocco ovunque e, soprattutto, con la paralisi totale del turismo, mentre lo Stato continua a spendere più o meno 30mila euro al giorno per fare la guarda al bidone, pardon, al cantiere. Il tutto mentre si prolunga a dismisura un'altra commedia, questa volta amara, su un'opera che avrebbe dovuto essere iniziata 10 anni fa e che invece è ancora nella fase della sperimentazione. Perdita secca, afferma il sottosegretario alle infrastrutture Bartolomeo Giachino, 70 miliardi di euro, sette all'anno, pari a mezzo punto di Pil. E poi diciamo che l'Italia non cresce, che non ci sono opportunità di lavoro. Detto e fatto, la protesta No Tav vale 150mila posti di lavoro in meno. Più una rete da buttare, quella tagliata simbolicamente, come se quella di domenica fosse stata una scampagnata con giochi da cretini. Ci aspettiamo, dopo il taglio della cesoia, anche il tiro alla fune con la polizia. Magari per verificare sul campo, ma senza bombe, chi ce l'ha più duro. Nell'attesa di nuovi giochi, consoliamoci con il fatto che abbiamo buttato via in un weekend almeno due milioni di euro in spese per la sicurezza. Salame e bottiglie di barbera a parte. Ma quello rientra nei costi vivi dei No Tav.
<p><br />beppe.fossati@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 01:00:00 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Mecenati per la cultura (intervento di Piero Fassino)</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/18429_mecenati-per-la-cultura-intervento-di-piero-fassino.html</link>
					<description><p>Per molto tempo si è pensato che la spesa per la cultura fosse un lusso per tempi di vacche grasse, non più sostenibile in momenti di crisi.</p>
<p>Un approccio che guardava alla cultura come a un bene superfluo, non rilevante ai fini dello sviluppo economico e sociale di una comunità. Nonostante questa lettura ritorni periodicamente a galla, negli ultimi anni è venuta tuttavia affermandosi la consapevolezza che l'investimento in cultura sia in realtà una leva strategica essenziale. Lo è perché la cultura offre ai cittadini una qualità di vita più alta; lo è perché la cultura è occasione via via crescente di creazione di attività, servizi e lavoro (quarantamila gli addetti diretti in Piemonte); lo è perché la cultura è oggi essenziale per rendere un territorio "attrattivo", in grado cioè di offrirsi accogliente e conveniente a chi debba decidere dove investire la propria attività, i propri studi, la propria vita.</p>
<p>In tale scenario Torino è oggi una grande capitale di cultura, con un'offerta di musei mostre, rassegne cinematografiche e musicali, teatri, esposizioni, centri di iniziativa che ha pochissimi pari in Italia e che ha attratto via via crescenti flussi di visitatori italiani e stranieri, facendo diventare Torino - cosa un tempo impensabile - anche un'ambita meta turistica. Si potrebbero citare molti dati: la Reggia di Venaria è il quinto sito nazionale museale per visitatori; il Museo Egizio nel 2010 ha avuto cinquecentomila visitatori (1.500 al giorno!), il 55% dei quali stranieri; il Museo del Cinema ha sfiorato i 400.000 (oltre 1.000 al giorno!); le Mostre allestite per il 150° alle Ogr, a Palazzo Reale, a Palazzo Madama, a Venaria e in altri siti hanno già superato, in meno di sei mesi, un milione e cinquecentomila frequenze; Mito-Settembre Musica ha visto il tutto esaurito ad ogni concerto. E così il festival Internazionale della Danza. Per non parlare della nuova autorevolezza riconquistata in Italia e all'estero dal Teatro Regio e dal Teatro Stabile.</p>
<p> </p>
<p>Un patrimonio inestimabile che sarebbe gravissimo compromettere. E ancorché nessuno possa naturalmente ignorare la minore disponibilità di risorse pubbliche, conseguenza dei tagli drastici subiti in queste settimane dagli enti locali, sarebbe colpevole arrendersi, rassegnandosi alla sola riduzione di attività e di offerte culturali. Serve un soprassalto di responsabilità, di volontà e di azione. È dovere delle istituzioni - Regione, Provincia, Città di Torino, Comuni - chiamare a raccolta le tante energie di cui la società torinese è ricca: le istituzioni bancarie e le loro fondazioni - che già hanno sostenuto ampiamente le attività culturali - le imprese, le professioni, il mondo associativo, i cittadini in uno sforzo solidale e alto di "mecenatismo civico" che mobiliti e raccolga le risorse necessarie a che Torino continui ad essere una capitale europea di cultura.</p>
<p>In questo sforzo straordinario, totale sarà l'impegno dell'Amministrazione comunale di Torino e mio personale.</p>
<p><br />Piero Fassino</p>
<p>Sindaco Di Torino</p>
<p> </p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 10:00:46 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Ipotesi per il futuro</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/18097_ipotesi-per-il-futuro.html</link>
					<description>Tra le contraddizioni che Torino vive di questi tempi ce n'è una particolarmente importante e riguarda, manco a dirlo, Fiat. O, per meglio dire, Mirafiori. Da un lato abbiamo uno stabilimento praticamente fermo, che marcia a ritmo ridotto e per il quale ancora non sono chiare le strategie future.  Marchionne dice che bisogna ancora valutare, decidere, esaminare. Ma intanto «Mirafiori sta bene così». Ferma, rispondono i sindacati.
<p>Dall'altro lato, invece, c'è il fermento del Politecnico, con il record di immatricolazioni, con il progetto di creare un polo del design e dell'ingegneria automobilistica (in fondo esistono anche altri produttori nel mondo), tanto da rendere ipotizzabile anche la destinazione di parte delle aree dismesse di Mirafiori - il ben noto fiasco di Tne - alle strutture connesse al Poli. <br /><br />Ma il rettore Profumo, in realtà, chiede ben di più: di tanti progetti, di tante ipotesi sul futuro lui vorrebbe anche atti concreti, fosse anche solo cominciare a lavorare in una direzione ben precisa. Che potrebbe essere, tanto per cominciare, quella di prendere atto che la vagheggiata "Torino città universitaria" esiste già. Perché, come dice Profumo, ci sono 100mila studenti, praticamente un abitante su dieci sotto la Mole. Di conseguenza la città deve organizzarsi in questo senso.</p>
<p><br />Ma come si organizza una città universitaria? Certo creando le infrastrutture, o recuperandone di dismesse. Ma non basta. Occorrono i servizi ad hoc, occorre ricreare quartieri attorno ai poli universitari, anche al di là delle residenze per studenti. E, cosa ben più importante, occorre individuare quei partner che potrebbero consentire agli studenti di passare dai banchi alla ricerca in laboratorio o alla messa in atto dei progetti nelle aziende senza soluzione di continuità. E in questo l'attrattiva del Politecnico è importante, ma l'istituzione universitaria non può muoversi da sola: è fondamentale che la politica, intesa come amministrazione e partecipazione alla vita della città, si muova compatta. Una necessità che è emersa prepotente dal confronto tra i consiglieri comunale e il rettore. Non sarà certo l'unica soluzione per il futuro di Torino, soprattutto da parte di chi ritiene di potersi svincolare dalla dipendenza da Fiat, ma sarebbe certo un primo importante passo per non dilapidare un patrimonio importante: quello di giovani menti e di un modello universitario che potrebbero diventare la sinergia vincente di domani.</p>
<p><br /><br />andrea.monticone@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 10:03:32 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Mali antichi tra i banchi</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/18046_mali-antichi-tra-i-banchi.html</link>
					<description>Ogni ritorno sui banchi di scuola porta con sé problemi e spunti di riflessione. Uno di questi è stato proposto ieri mattina in una trasmissione dell'emittente Primaradio, riprendendo un tema molto caro a molti, ossia quello della modernizzazione della scuola.
<p>Per modernizzazione si intende, molto semplicemente, l'arrivo in classe di alcune tecnologie o alcuni oggetti che fanno parte della vita di ogni giorno, della quotidianità, ma che a scuola sarebbero ancora visti come marziani. Nello specifico si tratta degli e-book, i libri digitali, che eliminerebbero il peso degli zaini e consentirebbero anche un discreto risparmio alle famiglie. Per intenderci poi sulla "resistenza" della scuola alla modernità, basti pensare che è dal 2009 che se ne discetta. Ma a scuola si va con i libri e si studia sui libri. Questo dicono i conservatori, certo non a torto.</p>
<p>La realtà, però, è che il supporto tecnico o cartaceo è di minore importanza rispetto al contenuto e alla capacità del docente di trasmetterne il senso. O di trasmettere il piacere della lettura, prima ancora che dello studio. Un docente appassionato armato di e-book è meglio di un docente stanco e svogliato che brandisce i tomi classici come un'arma. Pare scontato dirlo, ma questo è il senso ultimo di tutto.</p>
<p>Lasciamo pure entrare Internet, i supporti elettronici e tutto il resto nelle nostre scuole, lasciamo entrare qualsiasi cosa possa portare non entusiasmo - non ci spingiamo a tanto - ma almeno interesse. Poi saranno i ragazzi, se appassionati, se interessati, se adeguatamente aiutati, a passare da un mezzo all'altro, senza nulla escludere e senza nulla pretendere come immutabile nei secoli dei secoli. La scuola ha i suoi problemi, gravi e innegabili: ciò di cui non ha bisogno sono i monumenti, i dinosauri, le concezioni aprioristiche. Mali che, a essere sinceri, non affliggono solo il mondo dell'istruzione.</p>
<p><br />andrea.monticone@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 10:10:32 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Interrogativi fiscali</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/17964_interrogativi-fiscali.html</link>
					<description>Tra i curiosi parti del­la creatività fiscale italiana c'è l'8 per mille, nato per sostituire la "conggrua", ossia lo stipen­dio pagato dal Vaticano ai preti. Pur avendo un carattere temporaneo, come sempre ac­cade in questo Paese, è divenuto definitivo, aumentando di anno in anno, portando fino a un miliardo di euro annui nelle casse di Oltre Tevere.<br />È indubbio che gli italiani contribuiscono volentieri al mantenimento dei sacerdoti e soprattutto dei missionari, anche se ciò che entra nelle casse vaticane supera di molto quel che ne esce. Ma è altrettanto vero che lo Stato riconosce al Vaticano dei privilegi fiscali che lasciano perplessi, soprattutto in questi tempi di manovra e di sacrifici chiesti sempre agli stessi, ossia noi. Privilegi fiscali su cui l'Unione Europea ha da tempo av­viato una inchiesta: a cominciare dal fatto che gli immobili di proprietà ecclesiastica non pagano alcuna tassa. E non solo gli edifici di culto, come è giusto, ma neppure ospedali, scuole e università, sono soggetti al pagamento dell'Ici, a differenza di quanto avviene per altri enti no profit. <br /><br />Conside­rando che una stima di qualche tempo fa fissava il patrimonio immobiliare ecclesia­stico a un quinto dell'intero patrimonio im­mobiliare italiano, è facile immaginare cosa accadrebbe se il Vaticano dovesse pagare in funzione di questo: nelle casse dello Stato entrerebbe qualcosa come due miliardi di euro. E poiché la manovra - sempre che questa sia la versione definitiva - prevede un aumento dell'Ires, la tassa sulle aziende, perché non andare a toccare anche la ri­duzione al 50 per cento dell'Ires per gli edifici di proprietà ecclesiastica che pro­ducono reddito? Allora la cifra leviterebbe in maniera considerevole. In pratica, pri­vilegi fiscali e fondi per la Chiesa varrebbero quasi quattro miliardi di euro all'anno.<br /><br /><br />Certo, neppure un decimo dell'importo del­la manovra finanziaria, ma sarebbe comun­que un aiuto per i contribuenti italiani. E senza tirare in ballo la laicità dello Stato e via discorrendo, possibile non esista un mo­do per rivedere i rapporti con la Chiesa in modo da salvare i contributi ai sacerdoti, ma recuperare fondi importanti anche al di qua delle Mura Leonine?<br />andrea.monticone@cronacaqui.it</description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 10:12:01 +0100</pubDate>
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				<item>
					<title>Nel Paese di Internet</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/16418_nel-paese-di-internet.html</link>
					<description>Il nostro Paese ha passato un punto di non ritorno, ha saltato un muro, infranto una barriera: l'utenza di Internet si attestata infatti al 53,1 della popolazione. A rivelarlo è il nono rapporto del Censis-Ucsi sulla comunicazione, presentato al Senato. Ovviamente, la maggior parte del popolo "interconnesso" è nella fascia tra 14 e 29 anni (l'87,4 per cento) mentre faticano ancora i più anziani (solo il 15,1 per cento del totale). Potete prendere questa notizia come una delle mille curiosità che, guarda un po', proprio la Rete ci propone continuamente. Ma a volerla analizzare bene, rappresenta quasi un cambiamento epocale. Un po' come quando la diffusione del telefono o di certi apparecchi elettronici di largo consumo ha raggiunto oltre il 50 per cento della popolazione. Perché è innegabile che i servizi di Internet siano ormai ben al di là del semplice intrattenimento, ma nonostante tutto il nostro Paese non è ancora in linea con le esigenze. Per esempio, pur strombazzando a destra e sinistra la "posta elettronica certificata" che dovrebbe aver valore di raccomandata, appare impossibile liberarsi di carta, bolli e impacci assortiti, soprattutto nei rapporti con gli enti pubblici e pure con le banche. Oppure possiamo parlare dell'insufficiente diffusione del Wi-Fi gratuito o della banda larga, ossia sistemi che dovrebbero garantire la cosiddetta "alfabetizzazione internettiana" alla quasi totalità della popolazione. Ma nella realtà è sufficiente viaggiare in treno (a meno che si sia su un costoso Frecciarossa) per trovarsi molto rapidamente sprovvisti di punti di accesso al Web, con perdite di segnale e via discorrendo.
<p><br />Ma come dicevamo, l'avanzare di Internet modifica in qualche modo le abitudini degli italiani: per esempio, da un lato cresce l'uso della cosiddetta "web tv", ovviamente soprattutto tra i giovani, dall'altro cala l'uso di un arnese che in molti ritenevamo immortale, ossia il telefonino. Lo studio del Censis, difatti, ci rende noto che il cellulare ha fatto registrare una flessione piuttosto netta. Forse perché si tratta di un oggetto ormai superato, a giudicare dalle migrazioni verso smartphone e simili.</p>
<p>Gli ottimisti potrebbero dire che si tratta di una nuova Italia, ipertecnologica. I pessimisti, invece, parleranno di un Paese a due velocità (apparecchi ipertecnologici mal supportati da infrastrutture e comportamenti inadeguati), spinta dalla costante ricerca di un nuovo tipo di consumo: meglio se in grado di rappresentare un tipo di vita o un'immagine di sé che in realtà non esiste. Quasi come le fotografie di certi rapporti statistici, che potrebbero far sembrare l'Italia un Paese normale.</p>
<p>andrea.monticone@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Thu, 14 Jul 2011 10:16:01 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Settori da coltivare</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/16217_settori-da-coltivare.html</link>
					<description>Nel linguaggio comune esiste da tempo la definizione «braccia rubate all'agricoltura» che pare rimandare a un tempo in cui la coltivazione dei campi aveva appunto un ruolo di primo piano, con tutte le considerazioni che potevano nascere dallo spreco di energie e risorse umane in settori o azioni che, di fatto, non producevano guadagno. Ma è altrettanto vero che la frase è divenuta nel tempo anche una sorta di insulto, di definizione di incapace anche a coltivare la terra, come se l'agricoltura fosse una sciocchezza alla portata di chiunque, un lavoro elementare.
<p>Che non sia così potrebbero spiegarcelo chiaramente i dati sulle migliaia di imprese agricole che spariscono ogni anno. Ma, contrariamente a quanto accade in molti altri settori, qui si guarda a questo dato osservandone il risvolto positivo: per molte aziende era impossibile andare avanti, giusto quindi che siano scomparse. Si tratta per esempio di quelle a forma individuale, o di quelle non al passo con i tempi, ormai. Chiaramente, poi, nel gran numero si trovano anche quelle che, come centinaia di migliaia di aziende in questo Paese, devono fare i conti con il sistema di tassazione, la burocrazia, i costi impazziti delle materie prime e via dicendo.</p>
<p>C'è di buono però che dai campi ci viene una importante lezione: le aziende che sopravvivono sono più forti, meglio attrezzate, aggiornate dal punto di vista tecnologico e umano. Non è un caso che molti neo imprenditori vantino lauree ultra specialistiche e non sempre nel settore che ci si aspetterebbe.</p>
<p>Dunque, un settore che potrebbe essere aiutato a crescere, un settore vitale, importante per la nostra economia di base e che non può essere considerato un "ripiego" per quelle braccia troppo inette ad altri compiti. Per aiutare il quale, tanto per cominciare, basterebbe porre un freno alle politiche speculative di chi droga il mercato, scaricandone le conseguenze sull'intera filiera produttiva, fino all'utilizzatore finale, ossia il cliente, ossia noi.</p>
<p><br />andrea.monticone@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Thu, 07 Jul 2011 10:20:49 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>L'occasione del 2006</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/16161_loccasione-del-2006.html</link>
					<description><p> Quanto sta accadendo in questi giorni attorno al famigerato scudetto del 2006 non fa altro che confermare le ipotesi ventilate all'epoca, in quella estate divisa tra i tormenti di Calciopoli e la sbornia per la vittoria della Coppa del Mondo. Ossia che uscire dalla buriana c'erano solo due soluzioni: un'amnistia generalizzata, oppure il blocco totale dei campionati.</p>
<p>La prima ipotesi, molti lo ricorderanno, era emersa nel momento in cui si riteneva che, in qualche modo, tutti avessero avuto a che fare con un "sistema" che, al di là di condizionamenti effettivi o meno sull'andamento delle partite, certo strideva con l'immagine dello sport in sé e per sé. E così, in quei mesi, si era passati dai cori di chi voleva cacciare i calciatori juventini dalla nazionale, ai peana di chi, proprio in virtù della vittoria degli azzurri di Lippi in Germania, riteneva che il calcio potesse voltare pagina, magari con una bella amnistia. I più fantasiosi si erano spinti a ipotizzare una "amnistia condizionata", ossia nessuna pena per le squadre coinvolte, a patto che i dirigenti maneggioni venissero cacciati. Inutile dire che la Juventus anticipò ogni sentenza facendo pulizia al proprio interno, ma non valse a salvarla. Perché di amnistia non si voleva parlare, in quei giorni, ritenendo che invece il superprocesso imbastito in tutta fretta fosse l'occasione giusta per fare pulizia, per ricominciare da zero. Come sia finita in realtà lo abbiamo visto e forse continuiamo a vederlo ogni giorno. Forse se la società bianconera avesse avuto il coraggio di fare ricorso al Tar, rischiando di paralizzare l'interno "sistema pallone", il giocattolo si sarebbe rotto.</p>
<p>Ora quindi si torna a discutere di uno scudetto che meglio sarebbe stato non assegnare. Ci si interroga su telefonate di cui, da anni, si sapeva l'esistenza, ma di cui riscontriamo l'eventuale valenza "processuale" solo a prescrizione avvenuta. Ha un senso tutto questo? Forse, ancora una volta, occorre rimarcare che in quella maledetta estate calda del 2006 si è persa un'occasione. E le conseguenze saranno pagate a lungo dal nostro calcio, che non per nulla perde appeal, spettacolarità, campioni di livello e posti in Europa. Varrà pure la pena di porsi qualche domanda. O no?</p>
<p>andrea.monticone@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Wed, 06 Jul 2011 10:00:12 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>La tassa indiretta</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/15715_la-tassa-indiretta.html</link>
					<description>Avete idea di quante siano un milione di multe in tre anni? Sono più di 900 al giorno, oltre 38 all'ora, una ogni trenta o quaranta secondi più o meno. Questo ipotizzando che i soggetti deputati a elevarle lavorino a questo compito per dodici mesi all'anno, senza festività, in turni per coprire tutte le 24 ore. In poche parole, non sappiamo neppure se c'è il personale necessario per fare una cosa simile. Ammesso e non concesso che non esistano altre questioni che richiedano l'intervento della polizia municipale.<br />E attorno a questa cifra si è già scatenata la prima polemica per la neonata giunta Fassino. <br /><br />Un milione di multe in tre anni è quanto si impegna a fare la Città, o almeno è quanto figura nel bando d'appalto per la gestione del servizio di notifiche. La Lega, ovviamente, è già balzata sulle sedie all'idea di una stangata simile sui cittadini. Il Comune si difende sostenendo che quella cifra è indicativa, è quasi un obbligo burocratico, un modo per dare le dimensioni di quello che potrebbe essere il lavoro per l'azienda che si aggiudicasse l'appalto. In pratica, per evitare che a vincere siano aziende non adeguatamente attrezzate per il compito. <br /><br />Comunque la si guardi, non si può negare che le multe rimangano un punto essenziale nei programmi di ogni amministrazione: molti Comuni iscrivono i proventi futuri delle sanzioni da autovelox per far quadrare i conti nei bilanci di previsione, tanto per dirne una. Ed è facile capire che anche la semplice notifica possa essere un business notevole, considerando che solo nel 2010 sono state quasi 700mila a Torino. Quello che si vorrebbe vedere, però, è il frutto di questa politica di severità contro i patiti dell'acceleratore o i furbetti della sosta: le strade, infatti, sono a pezzi un po' ovunque, per i marciapiedi molte Circoscrizioni non hanno i fondi necessari, il ritornello è sempre quello della mancanza di fondi. E se avesse ragione chi sostiene che le multe sono la forma più efficace di tassazione per rimpinguare le casse esauste? <br /><br /><a href="mailto:andrea.monticone@cronacaqui.it">andrea.monticone@cronacaqui.it</a></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 10:53:44 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Il faccendiere e lo sceriffo</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/15056_il-faccendiere-e-lo-sceriffo.html</link>
					<description><p>La mela marcia. Quella che contamina il cesto, che fa marcire anche i frutti buoni. Accade in natura, accade anche in politica, O meglio ancora nella pubblica amministrazione. E ne sono testimonianza le tante inchieste sulle tangenti e sulla corruzione, sugli affari privati, sul mestiere quotidiano di rubare sistematicamente i soldi altrui. Quelli pubblici, che sono poi i nostri. In questo ambito la mela marcia agisce nell'atmosfera soft degli uffici, trama, incontra, suggerisce. E incassa. Si chiamano faccendieri, i tipi così. E ieri, in quello che passerà sotto l'etichetta dello "scandalo dei pannoloni", dal cesto della buona sanità, la magistratura ne ha individuato uno, con il contorno di fantocci, funzionari infedeli e imprenditori golosi di buoni affari a buon mercato. E come sempre il faccendiere rischia di far rotolare nel fango, che è l'ambiente suo, anche chi - nella pubblica amministrazione - fa il proprio dovere. Con rispetto del ruolo che ricopre e dei cittadini che gli pagano lo stipendio. Un rischio che va evitato.</p>
<p>Ma andiamo con ordine. All'alba di ieri la guardia di finanza lancia un blitz e spedisce i militari all'assessorato alla sanità del Piemonte e ancora in abitazioni private di funzionari, farmacisti e imprenditori. In tasca i militari hanno sette provvedimenti di custodia cautelare e una comunicazione giudiziaria per l'assessore regionale Caterina Ferrero. Ma in testa a tutti questi nomi, c'è quello del faccendiere. Della mela marcia. Al secolo Gambarino Piero Luigi Renzo, nato a Torino, 59 anni, bella villa a Castiglione Torinese, un passato da imprenditoruccio edile, senza particolari attitudini, se non quella capacità di trasformarsi - all'occorrenza - in un rapace. Una vita sotto e sopra le righe fino all'incontro con Caterina Ferrero, allora consigliera regionale di Forza Italia e poi, in virtù del miracolo Cota, assessore alla sanità. Così la mela marcia sale sugli altari, si autonomina "braccio destro dell'assessore", spadroneggia negli uffici e comincia a tessere le sue trame. Penelope di mitologica memoria, apparirebbe come una dilettante al cospetto suo. Così, in pochi mesi, perchè fortunatamente il tempo è stato breve prima che il bisturi della giustizia incidesse il bubbone che infettava il corpo integro della sanità piemontese, sempre la mela marcia o "gamba di legno" come l'ha soprannominato qualche buontempone, si è trovato invischiato in ben quattro affari loschi. Tutti finiti a schifio, come diceva in dialetto la mia portinaia, ma che se fossero andati a buon fine lo avrebbero reso agiato. Se non ricco. Lui, poliedrico com'è, non andava per il sottile: trattava pannoloni per adulti, terreni da trasformare in cliniche private, consulenze e persino promozioni o retrocessioni del personale. Un vero ras. Peccato che nel suo percorso, peggio ancora nel suo palazzo regionale un bel giorno è arrivato uno sceriffo, vestito da direttore generale. Non uno qualsiasi, ma quel Paolo Monferino, «fortemente voluto dal presidente della Regione, Roberto Cota», come sottolinea una nota del Tribunale, che ha trascorso una vita ai vertici Fiat in Italia e all'estero, fino a diventare amministratore delegato dell'Iveco. Uno insomma abituato a governare personale e fornitori, ma soprattutto a fare gli interessi del padrone (in questo caso il popolo, Dio sia lodato). Il resto è cronaca di malaffare finito al meglio, ossia con le manette ai polsi dei furbastri. E lo scandalo? Se la mela marcia avesse avuto il tempo di infettare tutto il paniere, potremmo parlare di sanitopoli, di tangentopoli tris o quater, frugando nella memoria dai tempi di Zampini, per finire a Odasso & C. Ma fortunatamente non è così: il corpo della sanità piemontese è sano e il bisturi della giustizia ha evitato le metastasi. Anche le dimissioni, doverose e tempestive dell'assessore Ferrero che ha rimesso le deleghe sulla sanità fanno pensare che si possa voltare pagina in fretta. A Palazzo, per tirare la carretta c'è un onest'uomo: lo sceriffo scelto Paolo Monferino.</p>
<p>beppe.fossati@cronacaqui.it</p>
<p> </p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Mon, 30 May 2011 10:14:21 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Bambini perduti</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/14973_bambini-perduti.html</link>
					<description>Ci sono bambini che resteranno tali per sempre, che non cresceranno, che non saranno a loro volta genitori, che continueranno a fissarci con il sorriso orbato di un dentino da latte, magari, oppure con lo sguardo titubante sotto la visiera di un berretto da baseball, o ancora ci regaleranno una risata muta in un abbraccio che non arriva a conclusione. Sono i bambini scomparsi, che restano bambini per sempre nelle foto d'archivio raccolte dal ministero o dalle associazioni per le persone scomparse.
<p>Centinaia, migliaia di vite sospese. Per tacere del dolore di famiglie condannate all'incertezza perpetua a non sapere mai. In tutto questo, poi, c'è spazio per quello che può sembrare il dramma peggiore. Abbiamo detto di bambini che rimarranno per sempre tali: ce ne sono alcuni che resteranno "congelati" nelle loro fotografie, ma solo per il nostro Paese. Al di là dei confini, forse con un altro nome, continueranno a vivere, a crescere, a ricordare o forse a dimenticare. Sono quei piccini rapiti da uno dei genitori, portati via con una scusa e trapiantati in un altro paese. Il reato si chiama sottrazione internazionale di minore. Alcuni di questi casi sono veramente paradossali, oltre che drammatici. Il bambino cambia paese, lingua, nazionalità, spesso anche il nome, ma nei faldoni delle nostra giustizia tutto questo difficilmente può essere annotato. E' sufficiente che il bambino sia andato via con la scusa di una bella vacanza (molto gettonata) perché il reato diventi "sottrazione di minore consenziente", dunque un reato che non prevede l'arresto e di conseguenza neppure una sorta di "estradizione". L'unica, in questi casi, è appellarsi al Tribunale dell'Aja, ma quando ci sono di mezzo certi paesi dell'Est oppure mediorientali, neppure questo ha valore. E così quel bambino resta per sempre un nome sul tabellone, perso per sempre. Mentre quello che cresce, altrove, costretto a ricordare o dimenticare, è ormai un altro bambino. Oppure un adulto costretto a diventarlo troppo in fretta.</p>
<p><br />andrea.monticone@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Thu, 26 May 2011 09:56:16 +0100</pubDate>
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				</item>
				<item>
					<title>Ozio forzato e migranti</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/14713_ozio-forzato-e-migranti.html</link>
					<description>Qui in Piemonte per loro è stata scelta la soluzione degli alberghi a tre stelle, oppure delle case messe da disposizione dalla Chiesa, o infine dei rifugi alpini. In Lombardia, invece, a oltre 400 migranti africani è toccato in sorte un residence a quattro stelle, con piscina, televisione satellitare e solarium. In ogni caso non cambia la cifra che il governo spende ogni giorno per ciascuno di loro. Ma per quanto la cifra unitaria sia bassa, il totale della spesa è certo notevole. Senza contare che a tutto questo va aggiunto il "costo" ulteriore della sicurezza dei cittadini da garantire. Perché presenze così numerose in piccole comunità, come può esserlo Forno di Coazze, destano certamente perplessità e qualche timore.
<p>Deve essere per questo, allora, che da più parti è stata avanzata l'idea di mettere al lavoro questi profughi, di tenerli occupati in qualche maniera. Peccato che non si possa. La legge, difatti, parla chiaro: senza permesso di soggiorno, non si può affittare un alloggio, non si possono ottenere sussidi pubblici, non si può lavorare. I profughi, dunque, per almeno sei mesi sono condannati a una sorta di limbo.</p>
<p>A Rivarolo, però, la buona volontà delle parti ha consentito di superare questa situazione: a quanto sembra sono stati gli stessi profughi a chiedere di poter dare una mano, di rendersi utili, cominciando magari dalla pulizia del viale davanti all'albergo che li ospita. Permesso concesso, ovviamente. Perché dice bene il sindaco Bertot: «Sono persone abituate a lavorare, a stare in ozio forzato si annoiano» e magari si sentono inutili.</p>
<p>Meglio una situazione di questo genere, allora, che non rifugi improvvisati e "tollerati" o ignorati dalle autorità come accaduto a lungo in alcuni nostri quartieri, fino all'evidenza del disastro. Meglio affrontare di petto la situazione, trovando anche la maniera di "venirsi incontro", senza infrangersi contro lo scoglio di una legge che, solo in apparenza, non ammette deroghe.</p>
<p>andrea.monticone@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Wed, 18 May 2011 09:36:54 +0100</pubDate>
					<guid>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/14713_ozio-forzato-e-migranti.html</guid> 
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				</item>
				<item>
					<title>Orgoglio di squadra</title>
					<link>http://www.cronacaqui.it/editoriali/torino/14654_orgoglio-di-squadra.html</link>
					<description>In queste ore non è tempo di bilanci soltanto per la politica. C'è anche il calcio che deve affrontare questioni spinose, soprattutto in casa bianconera. Il presidente Agnelli ha scoperto che non basta né il suo cognome né l'entusiasmo genuino né una robusta iniezione di milioni sonanti per trasformare in cavalli di razza una serie di ronzini. E adesso, giustamente, urla e batte il pugno sul tavolo, accusa taluni giocatori (tanto per essere eufemistici) di non essere da Juve e via discorrendo. Ma, nella realtà, l'esame di coscienza dovrebbero farlo in tanti.
<p>Di errori ne hanno tutti sulla coscienza, in casa bianconera. Anche chi, a inizio stagione, ha fatto leva sull'entusiasmo dei tifosi facendo aleggiare il solito spettro di Calciopoli, con quel «rivogliamo il nostro scudetto» lanciato come uno strale contro l'Inter, un tema rinverdito proprio di recente, a un anno data, quando appariva chiaro che la compagine bianconera si stava avviando verso un completo fallimento. A che serve esaltare la curva riproponendo un tema guerresco che, semmai, si sarebbe dovuto perseguire molti anni addietro? La Juve "patteggiò" la serie B, rinunciò ai ricorsi al Tar per non bloccare il campionato. Forse annullò l'unica possibilità per il nostro malato calcio di vivere il suo vero, autentico "anno zero". Ma si scelse la strada della sportività, della nuova moralità: a che vale, allora, anni dopo riproporre certi temi? Serve forse a ingraziarsi certe frange della curva? Anche l'ingaggio di un allenatore gradito alla piazza va in questa direzione?</p>
<p>Saranno i prossimi mesi a rispondere a questi interrogativi. Per ora, quando ci si chiede chi è davvero da Juve (quella in bianconero, ovvio, non quella che per meri motivi di marketing e di sponsor sceglie la tenuta da trasferta anche all'Olimpico) e chi non lo è, non si guardi solo a coloro che vanno in campo o siedono in panchina. Lo sguardo va volto a 360 gradi. E pazienza se, nel farlo, si incrocia anche la tribuna Vip o qualche ufficio dirigenziale. Serve il coraggio di seguire non solo le vie più comode (come può sembrare, nell'immediato, quella di una eterna luna di miele con i supporter), ma anche le più impervie. O quello stadio modernissimo che sta nascendo, più che grandi trionfi finirà con l'ospitare solo premi di consolazione.</p>
<p>andrea.monticone@cronacaqui.it</p></description>
					<author>CronacaQui</author>
					<category>Torino</category>
					<pubDate>Tue, 17 May 2011 09:39:53 +0100</pubDate>
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